Ti è mai capitato di cambiare relazione, lavoro, situazione o persone… e ritrovarti, ancora una volta, a provare esattamente la stessa sensazione?
Sentirti messo da parte, non abbastanza, non visto, avere paura di essere abbandonato, arrabbiarti quando qualcuno tradisce la tua fiducia, sentire il bisogno di tenere tutto sotto controllo oppure rinunciare ancora prima di provare perché, in fondo, una parte di te è già convinta che non ce la farà.
Cambiano le persone, cambiano i luoghi, passano gli anni, ma alcune dinamiche sembrano ripetersi.
E se ciò che stai vivendo oggi non fosse iniziato davvero oggi?
Radici: dove nascono alcuni dei nostri automatismi
Molte delle modalità con cui affrontiamo le esperienze della vita adulta possono avere radici molto più lontane di quanto immaginiamo.
Da bambini non possediamo ancora gli stessi strumenti dell’adulto per comprendere ed elaborare ciò che sentiamo: viviamo le esperienze attraverso i nostri bisogni, la nostra sensibilità e la percezione che abbiamo di ciò che accade intorno a noi.
E non è necessario pensare a grandi traumi o a ricordi particolarmente dolorosi.
A volte si tratta di esperienze molto più sottili.
Momenti nei quali ci siamo sentiti attraverso gli occhi del bambino che eravamo rifiutati, abbandonati, umiliati, traditi o trattati ingiustamente.
Per proteggerci impariamo ad adattarci, costruiamo strategie, sviluppiamo modalità di comportamento che ci aiutano a evitare, per quanto possibile, di sentire nuovamente quel dolore.
Nella teoria delle Ferite dell’Anima di Lise Bourbeau, queste modalità di protezione vengono descritte attraverso il concetto di maschera.
Il punto interessante, però, non è soltanto capire quale ferita abbiamo vissuto, è osservare quanto quella strategia continui a essere presente nella nostra vita di oggi.
Perché una protezione che un tempo poteva essere utile può diventare, da adulti, un limite del quale non siamo nemmeno consapevoli.
Quando una ferita diventa una credenza
“Non sono abbastanza.”
“Prima o poi mi lasceranno.”
“Non posso fidarmi.”
“Se sbaglio deluderò gli altri.”
“Devo farcela da solo.”
“Per essere amato devo essere perfetto.”
Forse non ti dici consapevolmente queste frasi ogni mattina, eppure una convinzione molto simile potrebbe nascondersi dietro alcune delle tue scelte.
È qui che entrano in gioco le credenze limitanti.
Con il tempo, ciò che abbiamo vissuto e il significato che gli abbiamo attribuito possono contribuire a costruire una sorta di filtro attraverso cui interpretiamo quello che ci accade e quel filtro può diventare il nostro pilota automatico
Così possiamo scegliere sempre lo stesso tipo di relazione.
Possiamo evitare opportunità per paura di fallire.
Possiamo cercare continuamente l’approvazione degli altri.
Possiamo avere bisogno di controllare ogni dettaglio.
Oppure reagire in maniera molto intensa a situazioni che, viste dall’esterno, sembrerebbero quasi insignificanti.
Cambiano gli attori, cambia la scena, ma il copione sembra incredibilmente familiare.
Consapevolezza: quando inizi a vedere il copione
Riconoscere uno schema è il primo passo, ma riconoscerlo non significa automaticamente riuscire a cambiarlo.
Possiamo sapere perfettamente di avere paura dell’abbandono e continuare a vivere ogni distanza come una minaccia.
Possiamo conoscere il nostro bisogno di controllo e continuare ad andare in crisi quando qualcosa non procede secondo i programmi.
Possiamo persino riconoscere una nostra credenza limitante e continuare, inconsapevolmente, a prendere decisioni sulla base di quella stessa credenza.
Perché comprendere razionalmente qualcosa e trasformare il modo in cui reagiamo non sono necessariamente la stessa cosa.
La consapevolezza inizia quando riusciamo a creare un piccolo spazio tra ciò che succede e la nostra risposta: è lì che possiamo cominciare a sostituire una reazione automatica con una domanda.
Non soltanto:
“Perché questa persona si comporta così con me?”
Ma:
“Perchè questo comportamento mi tocca così profondamente?”
Non soltanto:
“Perché mi succede sempre?”
Ma:
“Cosa si sta attivando dentro di me?”
Ed è proprio da domande come queste che può iniziare un lavoro molto più interessante.
Prima di continuare, prova a farti una domanda
Pensa a una situazione che tende a ripetersi nella tua vita, non necessariamente qualcosa di enorme:
Una discussione che sembra avere sempre lo stesso finale.
Una persona che riesce immancabilmente a farti perdere la pazienza.
Una scelta che continui a rimandare.
Un’occasione davanti alla quale senti di non essere mai abbastanza pronto.
Una relazione nella quale ti ritrovi sempre a dare troppo o, al contrario, a mantenere le distanze.
Ora prova a chiederti:
“Se cambiassero completamente le persone e le circostanze, quale emozione continuerebbe a essere la stessa?”
Non cercare subito la risposta giusta, osserva semplicemente cosa emerge.
Potresti accorgerti che dietro situazioni apparentemente molto diverse esiste un filo comune.
Ed è proprio quel filo che vale la pena iniziare a seguire.
Se questa domanda ha acceso qualcosa…
Le Ferite dell’Anima sono uno dei temi che abbiamo scelto di approfondire nel percorso A.M.A.T.I., attraverso incontri dedicati nei quali i professionisti Fisionatura le osserveranno da prospettive differenti.
Ascolta il tuo corpo.
Metti radici nella tua verità.
Accogli le tue ferite.
Trasformale in forza.
Integra mente, corpo e spirito.
A.M.A.T.I. nasce dall’incontro tra la teoria delle Ferite dell’Anima e il metodo Fisionatura: un modo per osservare la persona attraverso prospettive differenti e complementari.
Il primo approfondimento sarà dedicato proprio al Life Coaching e al rapporto tra ferite, credenze e automatismi.
Life Coaching: cambiare le domande per cambiare prospettiva
Nel Life Coaching uno degli strumenti più interessanti è apparentemente molto semplice: la domanda.
Ma non tutte le domande producono lo stesso risultato.
“Perché capita sempre a me?”
“Perché lui è fatto così?”
“Perché non riesco mai a cambiare?”
Sono domande che spesso ci mantengono all’interno dello stesso punto di osservazione, una domanda potente prova invece a spostarlo.
Se qualcosa ti ferisce:
“Che cosa sta toccando questa situazione dentro di me?”
Se una reazione ti sembra sproporzionata:
“Questa emozione appartiene soltanto a ciò che sta succedendo oggi oppure conosco già questa sensazione?”
Se continui a rimandare una scelta:
“Che cosa temo possa accadere se facessi davvero ciò che desidero?”
E quando un comportamento dell’altra persona ci infastidisce particolarmente, possiamo provare a spingerci ancora un po’ più in profondità:
“Che cosa rappresenta per me ciò che vedo nell’altro?”
Non significa giustificare ciò che gli altri fanno e nemmeno attribuirci la responsabilità di tutto quello che ci accade.
Significa spostare l’attenzione verso l’unico spazio nel quale possiamo davvero iniziare a produrre un cambiamento: il nostro modo di osservare, scegliere e rispondere.
La zona di comfort non è sempre un posto confortevole
C’è qualcosa che non torna: Se uno schema ci fa soffrire, perché continuiamo a ripeterlo?
Una possibile risposta si trova nella nostra zona di comfort.
Il nome può trarre in inganno: non è necessariamente il luogo nel quale stiamo bene, è il luogo che conosciamo.
E ciò che conosciamo può sembrarci più sicuro di qualcosa che non abbiamo mai sperimentato, anche quando sappiamo che ci limita.
Cambiare significa quindi mettere in discussione non soltanto un comportamento, ma alcune delle convinzioni sulle quali abbiamo costruito il nostro modo di stare nel mondo.
Ed è proprio qui che spesso ci fermiamo.
Trasformazione: la ferita non è la tua identità
Conoscere le proprie ferite non dovrebbe diventare un nuovo modo per etichettarsi.
“Io sono così perché ho la ferita dell’abbandono.”
“Io faccio questo perché sono fatto così.”
Se utilizzassimo la consapevolezza in questo modo, avremmo semplicemente costruito una nuova gabbia, lo scopo è l’opposto: conoscere le proprie radici per essere più liberi di scegliere dove andare.
Quando iniziamo a riconoscere una credenza, possiamo accorgerci del momento in cui entra in azione.
Quando riconosciamo un automatismo, possiamo iniziare a chiederci se quella risposta ci serve ancora.
E quando smettiamo di identificarci completamente con una nostra ferita possiamo iniziare a vedere anche ciò che abbiamo sviluppato attraversandola.
La sensibilità può diventare capacità di ascolto.
La ricerca di sicurezza può insegnarci a costruire confini più consapevoli.
Il bisogno di approvazione può portarci a chiederci quali siano davvero i nostri valori.
La ferita non deve necessariamente raccontarci chi siamo, può diventare una porta attraverso cui conoscerci meglio.
A.M.A.T.I.: dalle ferite alla possibilità di scegliere
È da questa visione che nasce A.M.A.T.I., il percorso attraverso cui Fisionatura ha scelto di approfondire il tema delle Ferite dell’Anima integrandolo con le diverse competenze dei suoi professionisti.
Non un unico incontro nel quale provare a parlare di tutto, ma diversi momenti per fermarsi ogni volta su un aspetto specifico e guardarlo più da vicino.
Il primo sarà dedicato al Life Coaching con Monia Barresi, Life Coach esperta in Metamedicina, per esplorare proprio il passaggio che abbiamo iniziato ad affrontare in questo articolo:
dalle ferite alle credenze, dalle credenze agli automatismi e dagli automatismi alla possibilità di scegliere una risposta nuova.
Questo articolo è soltanto un primo assaggio.
Perché leggere può accendere una domanda, ma alcune domande meritano il tempo e lo spazio per essere esplorate a fondo
Se ti sei riconosciuto in una delle situazioni che hai appena letto, Scopri il nostro percorso e clicca sul banner qui sotto.
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